LA SAGGEZZA DEL BOSCO di Peter Wohlleben

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“Ora, già non si riconoscono più queste contrade. S’è cominciato quando vennero i Francesi, a tagliar boschi come fossero prati che si falciano tutti gli anni e poi ricrescono. Non sono ricresciuti. Pareva una cosa della guerra, di Napoleone, di quei tempi: invece non si smise più. I dossi sono nudi che a guardarli, noi che li conoscevamo da prima, fa impressione.” (Il Barone Rampante, Italo Calvino)


Peter Wohlleben è un biologo tedesco che per oltre venti anni ha intrapreso la carriera della guardia forestale e che ora gestisce un bosco ai confini tra la Germania e il Belgio. I suoi libri sono tradotti in tutte le lingue e svettano nelle classifiche di vendita.
“La saggezza del bosco”, pubblicato nel 2013, è arrivato in Italia solo ora, tradotto e distribuito da Garzanti.
Mi aspettavo un libro farcito di romanticismo e di effetti speciali, non so dirvi il perché. Pagina dopo pagina, ho iniziato a entusiasmarmi e a soffrire, a desiderare che l’essere umano non fosse mai nato e nello stesso tempo a sentire forte l’esigenza di abbandonare ogni cosa per seguire il pragmatico Peter tra gli ultimi brandelli di foresta vergine presente sul nostro continente.
Già, le foreste vergini… Sapreste definire che cosa s’intende per foresta vergine? Siete così sicuri che gli alberi che vedete davanti al vostro ufficio, al parco dove fate giocare i vostri figli o accanto al vostro portone siano autoctoni? Sapreste riconoscerli sgranocchiando la loro corteccia? Quanti anni hanno, ve lo siete mai chiesto? È vero che l’Europa è invasa da animali selvatici che si riproducono senza controllo? Sono più pericolosi i cinghiali o le zecche?
Dopo un inizio autobiografico, Wohlleben smonta passo dopo passo le nostre certezze sull’ambiente boschivo, sul clima continentale, sugli animali selvatici e se già non ne siete consapevoli, scoprirete l’importanza cruciale che ha conoscere la dinamica che intercorre tra essi.
L’uomo è nato per vivere nella steppa, racconta l’autore, per questo il bosco c’inquieta. Come c’inquietano i suoi abitanti: orsi, linci, lupi ai quali basterebbe ridare il primato che gli spetta per debellare senza troppi sforzi tutte le specie che iniziano a invadere la nostra sfera privata.
Sono le coltivazioni intensive di mais che attirano i cinghiali e che gli permettono di riprodursi senza sosta. Sono i cacciatori a fornire (spesso e volentieri) a queste facili prede, il cibo sufficiente per sopravvivere e moltiplicarsi a dismisura, munendosi di un alibi per cacciare. Sono i rifiuti abbandonati che attirano orsi, lupi e cinghiali, animali che vivrebbero nei boschi e che di norma scappano alla semplice vista dell’uomo. Spesso, sono i pastori privi di criterio che lasciano gli ovini al pascolo senza cani che li proteggano o che addirittura li legano alle corde rendendoli facili prede. Sono le pessime recinzioni che permettono l’ingresso di certi predatori all’interno degli allevamenti. I daini, che in Germania non erano animali autoctoni, furono introdotti in epoche passate dai nobili, per sollazzarli durante le battute di caccia e ora, i loro discendenti si lamentano perché invadono le loro proprietà…
E le foreste? Qual è la causa di tutti questi allagamenti improvvisi al primo temporale o della caduta degli alberi al primo soffio di vento?
Quanto vive un albero? C’è tanta differenza tra come trattiamo gli animali da macello delle catene industriali e gli alberi dei boschi? Guardatevi attorno: che diametro hanno gli alberi che vedete? Sono sani, col fusto dritto, privi di malattie, hanno radici profonde?
Wohlleben spiega perché gli alberi non sono organismi a sé stanti ma parte di un insieme dall’equilibrio delicato, creatosi in centinaia, migliaia di anni. Racconta come la terra pressata da pesanti macchine moderne per l’industria del legname, non sarà mai più terra vergine: la pressione esercitata sul suolo genera in profondità uno strato impermeabile sia all’acqua sia alle radici profonde. Un tempo le foreste erano capaci di assorbire una notevole mole di acqua, ora non lo sono più: una volta distrutto il loro ecosistema è difficilmente rigenerabile.                                                       
Sono solo le foreste vergini come quella del Brasile a produrre l’ossigeno che respiriamo, quelle che stiamo azzerando per il “bene” dell’economia. Al netto tra ciclo vitale del bosco e la sua lavorazione industriale, le foreste “non vergini”, quelle che l’autore chiama “piantagioni”, producono tanto ossigeno quanto noi ne consumiamo per il loro trattamento e utilizzo.
Sono tante le questioni sollevate in questo libro, tanti gli errori commessi dallo stesso autore nell’arco della sua carriera da forestale.
Peter Wohlleben ci imporrebbe coerenza: le foreste, essenziali per la vita sulla Terra, sono fortemente minacciate, non possiamo più dire “non lo sapevamo”.
Quando sarà la prossima seduta comunale che si occuperà di questioni ambientali? Partecipiamo anche noi, cerchiamo di pensare che i boschi ci appartengono, sono nostri, hanno bisogno di noi. Adesso. O “auguriamoci” e “cerchiamo” sono tutte parole che nascondono un atteggiamento passivo?
“Le ciliege parlano” pensa Cosimo, barone rampicante, mentre la sua mente veleggia distratta. Gli alberi parlano?
Secondo la ricerca scientifica pare proprio che tra gli alberi vi siano forme di comunicazione.
È dimostrato che le gazzelle che rosicchiano le acacie stimolino la secrezione di un veleno repellente e la cosa ancora più stupefacente è che ognuna di loro è in grado di rilasciare nell’aria delle sostanze che vengono intercettate dalle acacie adiacenti, le quali, avvertite per tempo, rilasciano a loro volta questo veleno repellente salvandosi la vita. L’autore specula sul fatto che gli alberi possano quindi provare una forma di “sofferenza”. Si ritiene in generale che tutte le piante comunichino tra loro, dobbiamo solo capire come.
A questo punto c’è solo da sperare che non decidano di ribellarsi tutte insieme per liberarsi di noi, anche se ce lo meriteremmo…

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